18 dic 2014

La quotidianità di un borgo lucano a dicembre è un viaggio stando semplicemente seduti

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La panda 4x4, panni sventolandi stesi ad asciugare, due passi e qualche chiacchiera, chiacchiere davanti ai bar, spesa all'alimentari, cani mai randagi, bambini all'uscita da scuola senza genitori, i cellulari in tasca, i fumi dei camini, le auto aperte con le chiavi inserite. 
La quotidianità di un borgo lucano a dicembre è un viaggio stando semplicemente seduto sui gradoni in piazza mentre i carabinieri nella camionetta ti osservano distratti.


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17 dic 2014

la Svezia e la transizione Low Carbon

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Era il 2010 e la Svezia annunciava che:
"La nostra dipendenza dal petrolio deve cessare entro il 2020.

La Svezia mira a diventare il primo paese al mondo a eliminare completamente il petrolio come combustibile, concentrandosi sulle fonti rinnovabili. 

"La nostra dipendenza dal petrolio deve cessare entro il 2020", ha dichiarato il ministro per lo Sviluppo sostenibile, Mona Sahlin. L'iniziativa volta a svincolare la Svezia dalla dipendenza dal petrolio è guidata da un consorzio di industriali, membri del mondo accademico, agricoltori, costruttori di automobili, dipendenti pubblici e altri soggetti. Questo consorzio presenterà una relazione al Parlamento svedese tra pochi mesi.Il Parlamento svedese ha
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15 dic 2014

Un 15 dicembre ci lasciava Rocco Scotellaro

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Era un15 dicembre! Aveva appena 30 anni! Forse nella sua Tricarico, così lontana da lui, stava nevicando.  "È sera con la luna. Ti stanchi a passeggiare. Staresti tutta la notte fuori, così, a bearti delle cose sotto la luna che t'appaiono eterne: così le porte chiuse, i camini, i muri dei giardini. Con tutte le cose vorresti stare un po' assieme e vedere come la luna tramonta, ascoltando i gemiti di questi uccellacci notturni. Questi gemiti richiamano i morti e tu ti prepareresti a vederli passeggiare, i morti in vestaglie bianche." Tratto da "Uno si distrae al bivio".
Rocco Scotellaro


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12 dic 2014

Se vedete un gigante avvisatemi!

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Il gigante Orione (così detto perché nato dall’orina di Giove, Nettuno e Mercurio) durante un periodo della sua vita era stato accecato ma Efesto, impietositosi, lo affidò alla guida Cedalione, che gli si sedette sulle spalle e lo guidò a est, dove Eos, dea dell’aurora, gli ridonò la vista. 

Bernardo di Chartres diceva  che siamo come nani assisi sulle spalle dei giganti, cosicché possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non perché abbiamo una vista più acuta o altra particolarità fisiologica, ma poiché siamo sollevati più in alto dalla loro mole gigantesca.  (Cit.)
La frase venne ripresa da Isaac Newton che scriveva « Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti ».

Guardo il passato e vedo giganti. Osservo il presente e faccio fatica ad accorgermi della loro presenza. Eppure non dovrebbero passare inosservati.
Per capire che esistono devo pensare a ritroso, non pensare al presente e sperare nel futuro.
Noi, quella generazione di mezzo, figli di un tempo nuovo e di riscatto in cui si sperava nella germogliazione dell'Uomo Nuovo, non abbiamo giganti su cui salire. Addirittura, a volte penso, non abbiamo neanche delle semplici spalle su cui arrampicarci.
Noi nati negli anni '70 e giù di lì, generazione di passaggio dai giochi strada a quelli tecnologici, allevati anche dai vicini di casa e che ora, cresciuti di età e e di misura, salutiamo solo per educazione, ci affacciavamo al mondo del secondo millennio fiduciosi e baldanzosi. Ma i percorsi non sono mai lineari e progressivi. Anzi!
Ignoravamo che tutto era già scritto e segnato e che non avremmo avuto possibilità di incidere. Tutto era stato consumato da chi ci aveva preceduto. Oggi, possiamo solo assistere impotenti ad un disastro e alla scomparsa di una generazione. .
Chi ci ha preceduto aveva avuto in dote pochi soldi e tanto futuro. Hanno consumato soldi e accumulato case. Hanno consumato risorse e futuro. Ci lasciano in eredità illusioni vaghe e un presente perpetuo.
Se vedete un gigante avvisatemi!, voglio osservare un mondo diverso.


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10 dic 2014

la via dei canti

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Al ritorno nel borgo natio, per Natale, per la festa del santo Patrono, per un matrimonio, per un funerale, o semplicemente per quella matta voglia di ritornare, accade sempre qualcosa.
Mentre si percorrono vie conosciute da sempre, fin dal primo giorno di vita, apparentemente smarrite e ogni volta ritrovate, accade qualcosa dentro ognuno.
Accade che un piccolo filo si riannodi e ritorni a essere parte del gomitolo che avevamo lasciato in custodia al paese.
In un patto silenzioso e segreto tra il paese e il suo abitante.
Una promessa di ritorno, seppur breve.
Un filo che ingrossa quel gomitolo "cresciuto"lungo la via dei canti,
Quella via dei canti in cui:
"nessuno era senza terra, poiché tutti, uomini e donne, ereditavano in proprietà esclusiva un pezzo del canto dell'Antenato e la striscia di terra su cui esso passava . 
Una tappa era il luogo delle consegne, dove il canto cessava di essere di tua proprietà e passava ad un altro.
Si credeva che ogni antenato, mentre percorreva il paese cantando, avesse lasciato sulle proprie orme una scia di "cellule di vita"".

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9 dic 2014

Storia d'amore, di armi e di panettoni- La casa degli atellani a Milano e il panettone... lucano

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Il panettone ha origini a Milano e questo sembra chiaro a tutti. Ma come nasce il "pan de toni"? 
Questa storia, o per meglio dire leggenda di fondazione,  mi è ritornata in mente dopo aver letto del pasticcere di Acerenza (Basilicata) e del suo panettone, premiato a Milano come miglior panettone artigianale d'Italia. 


Mi è venuta in mente la casa degli Atellani a Milano e una delle tante storie che circonda questo palazzo: "Uomini d’arme provenienti dalla Basilicata, gli Atellani (da Atella)furono una delle famiglie più vicine agli Sforza nella seconda metà del ‘400. I personaggi più illustri della cerchia dei Duchi si ritrovavano nella casa degli Atellani in occasione di banchetti e momenti di svago." (cit.)
Il panettone è legata alla storia di questa famiglia lucana e di un amore contrastato e di uomini di armi. 

"Ogni notte Ugo usciva dalla finestra di casa sua per scendere in giardino e scavalcare il
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24 nov 2014

Un caffè, grazie!

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Poggia il pane sul bancone del bar ed esclama: "un caffè!" .  Voce autoritaria ma gentile. Prende il caffè, si riprende il pane, di grano duro, esce e si avvia a bordo della sua panda Sisley 4x4.
Che dirvi! Semplicemente Buongiorno!

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La contadinella di Seymour - Matera 1948

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Non è bella? Anche di più! C'è un mondo in questo sorriso. E David Seymour bloccò quest'attimo in uno scatto fotografico. Bloccare la vita in uno scatto, prerogativa dei grandi artisti.
Immagino la ragazza tranquilla con il suo cavallo che viene fermata da David Saymour e le viene chiesto di farsi fotografare. Esce fuori la sua innocenza, la sua età, il suo vivere il presente con spensieratezza. Ma viene fuori anche il suo imbarazzo di fronte ad uno straniero, magari sconosciuto, e alla sua macchina fotografica. Siamo a Matera e correva l'anno 1948.


David Szymin, noto come David Seymour o con lo pseudonimo Chim, pronuncia scim, abbreviazione di Szymin (Varsavia20 novembre 1911 – El Qantara10 novembre1956), è stato un fotografo e giornalista polacco.
Nacque a Varsavia da genitori ebrei Polacchi e cominciò a interessarsi alla fotografia durante i suoi
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5 nov 2014

Tra Maschere e Poesie : Ambrogio Sparagna nella terra di Scotellaro

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Narrazione di Ambrogio Sparagna nel suo Viaggio in Basilicata tra maschere e poesie.
Sparagna si avventura in un viaggio dentro Tricarico, luogo dalle tante suggestioni e terra di Rocco Scotellaro




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Herni Cartier-Bresson e la Basilicata: una lunga storia tra immagini e immaginario

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Herni Cartier-Bresson e la Basilicata è una storia  iniziata negli anni '50 le cui tracce si trovano sparse in mostre o centro documentaristici. 
Qui si di seguito alcune foto: 









Alcune fonti:
https://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=SearchResult&ALID=2TYRYD1KMVKX
http://immaginaredalvero.it/la-basilicata-secondo-henri-cartier-bresson/
http://www.centrodocumentazionescotellaro.org/fondi1.asp


Bibliografia:
* Henri Cartier-Bresson,La Basilicata, numero monotematico di «Du Magazine», ed. Conzett & Huber, luglio 1974. 
*Henri Cartier-Bresson, La Lucania di Henri Cartier-Bresson, testi di Rocco Mazzarone e Giuseppe Appella, Roma 1990.
*Henri Cartier-Bresson, La Lucania di Henri Cartier-Bresson, testi di Rocco Mazzarone e Giuseppe Appella, Roma 1990.
*C. BiscagliaRocco Mazzarone e la Lucania nelle fotografie di Henri Cartier-Bresson, in F. Mirizzi (a cura di), Da vicino e da lontano. Fotografi e fotografia in Lucania, Franco Angeli Editore, Roma 2010, pp. 226-246.

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18 ott 2014

Quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro.

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Sto leggendo post e tweet su Matera 2019. Mi emoziono è inutile nasconderlo. Un brivido sale lungo la schiena ad ogni parola. Lucani fuori, lucani altrove, lucani in Basilicata. Ad ogni post di ogni ragazzo, ragazza, studente o lavoratore, terrone e emigrante sfigato o di successo, per scelta o necessità. C'è amore e tanto in ogni parola. Non avrei immaginato. C'è tanto, c'è tutto. Il senso del riscatto, dell'orgoglio, dell'appartenenza. Non saprei definire questa sensazione. Forse è quel senso di lucanità che uno si porta dentro sempre, che mette nello zaino, nella valigia, nelle tasche. Ieri ho rivissuto quelle stesse sensazioni provate a Scanzano.
Oggi ho pensato alla Lucania del terremoto, alle foto dei giorni seguenti al sisma e in tanto scorrevano le foto della gioia a Matera così come a Potenza.
E mi son messo a sfogliare le pubblicazioni fotografiche di Cartier Bresson, di Pinna e letto qualche pagine di De Martino e Carlo Levi. E pensavo a Rocco Scotellaro, al Albino Piero, ad Assunta Finiguerra, a Leonardo Sinisgalli e ai tanti che non cito.
E penso a quella Lucania così come l'Irpinia, il Cilento il Gargano che hanno mantenuto e che oggi più che mai resistono ai modelli altrui e ricercando dentro se stessi il filo materno con la terra e la propria storia. E penso all'anima di un territorio e pensavo ad Antonio Faccenna e il suo vivere podolico. A Noviello contadino di Montescaglioso. A don Marco Bisceglia. E mi rendevo conto che i nomi e le storie di resistenza sono tante e sottaciute. Storie di uomini che non hanno spezzato le radici ma hanno donato ali, esempi, visioni.
E scorrono i tanti nomi e visi di donne e uomini di amici e conoscenti che ogni giorno ci credono e resistono ma sopratutto rilanciano. Anche quando Matera non era 2019 e neanche 2000. Questo post lo dedico a loro. Sopratutto!

Beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici. (Proverbio Arabo) Share

12 ott 2014

il paese di pietra che sa di ginestra

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Il paese di pietra che sa di ginestra


A Gorgoglione, come in tanti altri borghi appesi ai fianchi dell’Appennino, non ci si passa, si va. Si decide di andarci e basta. 
Ci andai che era primavera finita. A giugno precisamente. 
In questo periodo a Gorgoglione, la ginestra avvolge con il suo profumo le strade, le case, gli anfratti, le facciate soleggiate e le scalinate nell'ombra. 
E ingentilisce il carattere severo della pietra.
Qui tutto è pietra. Il paese della pietra è anche il paese in pietra.
Qui la pietra è di casa; qui la pietra ha una storia, possiede una voce. Il rapporto con la gente è un rapporto forte, solido, che si tramanda.
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7 ott 2014

"Ho vista Nina Volare"

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"Con De André giravamo il Sud in cerca di idee, presso Matera c'erano dei vecchi  che separavano la cera dal miele masticandola : ci colpi'  molto vedere usi secolari proiettarsi nel Duemila . 
E fu cosi' che , in 40 minuti, nacque Ho visto Nina volare ".
Ivano Fossati, Perugia, 14 febbraio 2000



E’ vero che la tua collaborazione con Fabrizio è nata da un viaggio che avete fatto insieme? Si è verissimo. La collaborazione che riguarda Anime Salve è partita da un viaggio. Una sera da Milano, in macchina, veramente in quel caso senza sapere dove andare. Non avevamo programmato nulla, sapevamo solo di voler andare al sud, verso la Basilicata, perché eravamo convinti - Fabrizio moltissimo ma anche io - che li avremmo potuto raccogliere delle storie, delle impressioni, parlare con delle persone semplici senza sovrastrutture, senza difficoltà. Ed in effetti fu cosi. Restammo li qualche giorno e con grandissima facilità incontrammo gente con cui parlare. Poi credo che di vicende e di storie che siano finite nelle canzoni ci sia ben poco, ma ugualmente il viaggio fu importante perché comunque, anche se non ricavammo il materiale in materia stretta, ricavammo il modo di raccontarle. In quei giorni era come se ci fossimo sintonizzati su un onda. Invece di metterci a tavolino e fare tanti progetti un po’ freddi, andare da quelle parti, stare insieme noi due e parlare con quelle persone fu come aver creato un codice di scrittura. Come dire: scriveremo storie come queste oppure parleremo in questo modo, ma non ce lo siamo nemmeno detto perché non serviva.(Il viaggio di Ivano Fossati intervista su Rai Storia)




Questa storia mi è arrivata direttamente da Ivano Fossati quando, ad un concerto di vari anni fa, ha introdotto la canzone "Ho visto Nina Volare", scritta insieme a Fabrizio De André.
E' stata una vera e propria Rivelazione. Lo stesso Fossati mi ha confessato di essere stato letteralmente rapito da quella terra e di avervi soggiornato a lungo, con Fabrizio, per alimentare il fiume di poesia portato da quegli enormi affluenti che sono le tradizioni orali di quel posto.
Fabrizio De Andrè ed Ivano Fossati hanno soggiornato spesso a Matera per alimentare il fiume di poesia portato dagli enormi affluenti che sono le tradizioni orali dei territori del materano. 
Entrambi gli artisti sono stati rapiti dal gesto che compivano le donne anziane, le quali masticavano fettine di favo, preparate all’occorrenza, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera. 
Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, pronte per l’uso. Share

5 ott 2014

Il fischio e i richiami al tempo delle cabine telefoniche

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Dalla rubrica domenicale, Quaderno di Campo,  del Quotidiano un racconto sul Fischio e i richiami al tempo delle cabine telefoniche.



Non era uno squillo di un cellulare. 
No, assolutamente no! E nemmeno esisteva.
A quel tempo i telefoni avevano la rotella e dovevi aspettare che si completasse a ritroso il giro prima di fare l'altro numero.
A quel tempo si entrava nelle cabine che sembravano dei confessionali e custodi di chissà quali segreti. Erano contenitori di lontananze, di amori sussurrati, di famiglie distanti.  E la chiave per poter accedere nel mondo di quel confessionale  era il gettone, di quelli marroni e con 2 strisce su una faccia e 1 sull'altra. E che con un gettone ci stavi le ore chiuso in quella cabina. E che non dovevi fare neanche il prefisso se chiamavi in provincia. E che quando si componeva il prefisso significava che era una telefonata importante a qualcuno lontano.

No! Non era il tempo delle suonerie e dei cellulari. Era il tempo dei telefoni a disco e delle cabine a
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1 ott 2014

Giuseppe Camillo Giordano, e del suo essere scienziato e naturalista, non può discostarsi dal suo essere uomo del Sud.

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Riprendo un articolo scritto dal Nuovo Monitore Napoletano

"... il bizzarro contraccolpo subito dal Sud, dopo aver fatto da traino per secoli, consiste proprio nel ritrovarsi a subire, oggi, la conseguenza più amara e pericolosa di una negligenza che aleggia in ogni ambito, come una spada di Damocle, rendendo ogni cosa proverbialmente di difficile attuazione.  
È un’indolenza che parla una lingua afasica e che apre le porte alla rassegnazione e all’oblio.
La ricostruzione della vita di Giuseppe Camillo Giordano, e del suo essere scienziato e naturalista, non può discostarsi dal suo essere uomo del Sud.
E questo, Gianni Palumbo, ornitologo e naturalista, che nella sua Basilicata ha deciso di tornare dopo aver mosso i primi  passi professionali in diverse città del Nord, lo sa bene e altrettanto bene lo mette in evidenza nel caso specifico del suo compaesano.
Giuseppe Camillo Giordano nasce a Pomarico, in Basilicata, nel 1841 laddove, quasi 100 anni prima, era nato Nicola Fiorentino al quale era toccata la stessa sorte di quei tanti giovani intellettuali, tra cui ci preme ricordare in questa sede la direttrice e fondatrice del Monitore Napoletano Eleonora de Fonseca Pimentel che, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della democrazia, avevano sacrificato la propria vita divenendo martiri per un ideale, nonostante quella libertà e quella breve parentesi, quale fu la Repubblica Napoletana del 1799, fu spazzata via in breve tempo lasciando un segno indelebile fatto di sangue e di ideali che muovevano i passi contro l’oscurantismo autoritario e rozzo del potere."
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29 set 2014

Gli alberi che camminano

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Dalla rubrica domenicale "Quaderno di Campo" del Quotidiano.
Gli "alberi che camminano". 
Quotidiano,  28/07/2014

In un giorno di maggio mi fermo a prendere un caffè in un bar lungo una strada interna a confine tra Basilicata e Calabria. Un confine naturale segnato dal fiume Sinni che in silenzio si trascina, fino alla foce del Mar Jonio, le storie che il Monte Papa ascolta dalle genti del Tirreno.
Ed è stato qui che per la prima volta ho sentito parlare degli “alberi che camminano”.
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9 set 2014

i salti e i falò; san Giuseppe

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Volentieri ospito alcuni spunti e appunti di Anna e Antonio Salfi 

19 marzo: Festa di S.Giuseppe 

 E’ una festa popolare vera e propria, una festa della gente comune e non certo del “palazzo”, perché, seduti intorno ai fuochi, con le guance arrossate dalle fiamme dei grandi falò, c’è la gente comune dei quartieri, intenta a recitare il rosario in onore di S.Giuseppe. 

Alle preghiere le donne alternano brevi canti religiosi, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme. 
E, quando queste si rendono meno pericolose, ecco arrivare giovani e ragazzi che, incuranti di ogni rischio, saltano a più riprese i falò, anche con l’intenzione di catturare l’attenzione di qualche giovane ragazza. 
 I saltatori di S.Giuseppe ripetono le loro esibizioni anche in altri quartieri incuranti della sacralità della cerimonia per come vissuta dalle donne che fanno corona ai falò, mentre gli uomini continuano ad alimentare le fiamme con le frasche di ulivo accatastate lì intorno. 

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5 set 2014

AAA: un sogno collettivo cercasi

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4 Settembre 1970: Il Cile elegge presidente Salvador Allende.
Non pensiate che questo ricordare un personaggio come Salvador Allende sia una fuga dalla realtà, ma oggi, ad anni di distanza, mi rendo conto che la malinconia avvolge il nostro mondo contemporaneo.
Una malinconia di fondo, inconsapevole, forse, impegnati a cibarci dei tanti surrogati emotivi.

Abbiamo la percezione dell'onnipotenza che si poggia su uno strato di impotenza.
 La tecnologia e la tecnica ci illudono che quasi tutto ci è permesso, volare, curare malattie, allungare la vita, essere belli e profumati e magari depilati, girare una parte del mondo in un amen e in meno di un amen comunicare con la restante parte.
Ma questo senso di potenza ci ha reso anche in parte orfani, arricchendoci di materialità e di suurogati e facendoci smarrire la via del sogno, dell'onirico.
Abbiamo smesso di immaginare, di assaltare il cielo.
Abbiamo smesso di avere un sogno collettivo.
Ecco perchè oggi io non ricordo solo Salvador Allende, oggi rimpiango la perdita di un sogno collettivo.
Era il 4 settembre 1970 e Allende è eletto democraticamente. ma poi l'11 settembre del 1973 un colpo di stato organizzato da chi aveva paura del sogno butta un intero popolo in un incubo durato anni e costato migliaia di morti e prigionieri.


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4 set 2014

mai visto il mare ma non perdere le montagne

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"Non avevo mai veduto il mare. 
Molte altre cose avevo visto, forse troppe. 
Uomini avevo visto, forse troppi. Ma il mare mai. 
E perciò non avevo ancora compreso nulla, non avevo capito assolutamente nulla. 
Come si può capire qualcosa della vita, e capire a fondo se stessi, se non lo si è imparato dal mare? 
Come si può comprendere gli uomini e la loro vita, il loro vano sforzarsi e il loro inseguire mete bizzarre, prima di aver spaziato con lo sguardo sul mare, che è sconfinato e basta a se stesso?"
Così scriveva Federico Garcia Lorca.

Ma chi non ha visto e vissuto le montagne ha perso altrettanto. 
Chi non ha conosciuto i suoi silenzi densi, i suoi boschi antichi sempre vitali, chi non ha percorso i suoi sentieri nascosti e la simbiosi dei suoi borghi e dei suoi uomini, chi si è privato dei suoi panorami, dei suoi paesaggi, dei suoi odori, delle sue paure ataviche, si è privato anche di storie, di energie ma sopratutto ha permesso che si estinguesse una parte di se stesso. 
La parte di se stesso più aspra e nascosta ma al tempo stesso la più intima e confidenziale.



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3 set 2014

L'Islam ci appare estraneo e nemico. Eppure...

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L'Islam ci appare estraneo e nemico. Eppure si può scorgere nelle nostre antiche strutture urbanistiche



Percorrendo la nostra penisola, specie nella sua parte centro-meridionale, e la Sicilia si possono ancora oggi riscontrare tracce di influenze o relazioni culturali tra il nostro Paese e il Mediterraneo islamico. Tali tracce riguardano alcune caratteristiche architettoniche quali, ad esempio, le coperture a volta delle case, le cosiddette volte estradossate, nei tre tipi fondamentali (a botte, a crociera e a padiglione o ribassata) diffusi dal litorale vesuviano ed amalfitano fino a Pantelleria, a Lampedusa ed alle isole egee. Formidabili affinità si riscontrano, infatti, fra la Marina Vecchia Corricella di Procida e il paese di Ia, sull’isola di Santorini, nell’arcipelago egeo delle Cicladi. Ma forti relazioni tra noi e l’Islam s’intravvedono anche in altre caratteristiche urbanistiche generali, e tipiche anche, di insediamenti appenninici e interni. Fra queste ultime ricordiamo il tessuto viario gerarchizzato e articolato in trame irregolari o quello capillare residenziale a vicoli ciechi e cortili. Peculiarità che sono presenti non solo in Italia ma anche in Grecia e Spagna.

Tutte queste caratteristiche islamiche sono presenti sia nei paesi che nelle realtà urbane, nelle quali sono relegate in ambiti appartati delle aree storiche. Fanno eccezione alcune significative eccezioni nel nostro Mezzogiorno. A Napoli, per esempio, un insediamento di matrice islamica, anche se sorto già in epoca  vicereale e borbonica, è rappresentato dalla zona di Via Francesco Saverio Correra, popolarmente nota come Cavone a piazza Dante. E insediamenti simili sono i Vergini, nei pressi della Sanità, Borgo Sant’Antonio Abbate, ecc.

La caratteristica dei vicoli-cortili si possono trovare anche in paesi dell’entroterra partenopeo, come AfragolaFrattamaggioreAversa, Casal di Principe, noti come agglomerati compatti di case a corte. Una struttura urbanistica che emerge senza soluzione di continuità fino al limitare della piana campana nell’area appenninica: basta percorrere la strada che da Caserta, attraverso CaiazzoAlvignano e Piedimonte Matese, arriva ai confini del Molise.

Osserva lo storico Giuseppe Galasso:
"Le caratteristiche degli insediamenti appenninici (…) non sono poi così lontane, nello spirito che ispira la loro casualità, dall’aggregato labirintico delle medine e dei rabat musulmani, così come si ritrovano da noi, nei centri costieri”.

Tursi (MT) quartiere Rabatana
C’è dunque una continuità non solo tra vari tipi edilizi (casa costiera a volta, casa di pianura a corte, dimora appenninica con copertura a tetto di tegole), ma soprattutto tra gli insediamenti della costa, le città contadine delle pianure e i borghi appenninici, i famosipresepi dell’interno. E questa continuità è confermata anche dalla toponomastica. Basti pensare alla Rabatana di Tursi e alla Ràbata di Tricarico (con il rione gemello chiamato non a caso Saracina), zone storiche di due centri lucani non costieri che hanno esattamente lo stesso nome della Capitale del Marocco.

Tursi (MT), quartiere Rabatana, particolare
Tutto questo dimostra che nella storia del Mediterraneo ci sono stati continuamente contatti e influssi reciproci tra le popolazioni che hanno creato molte affinità tra di loro. Ma le affinità sono dovute soprattutto a somiglianze di natura ambientale e climatica. Nel caso specifico dell’architettura ci troviamo certamente di fronte ad un’interessantissima fusione fra questi due tipi di somiglianza, fedele specchio ed ulteriore conferma della complessa identità geografica e umana del Mare Nostrum.

Ai nostri bambini, nelle scuole, tutto questo non viene raccontato in nome di una visione neoautarchica della nostra economia. Ma la storia ci dice che le tipicità sono frutto di continue contaminazioni culturali, favorite dagli scambi economici e dalle pratiche di accoglienza e mutuo aiuto.

L’identità si riconosce nell’alterità e l’ospitalità è più antica di ogni frontiera. 
Ringrazio Alfonso Pascale per aver concesso a questo blog di riproporre un suo scritto.
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P.S.: Basilicata le Rabatane sono presenti a Tricarico, Tursi, Pietrapertosa e Abriola. (NdB)



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25 ago 2014

Scirocco

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Lo senti che arriva. 
L’aria sa di stoppie arse e di polvere di terra. 

Porta con se il colore rosso caldo dei peperoni messi ad essiccare.
Se lo conosci e ci convivi da sempre ti accorgi del retrogusto zuccherino dei fichi ormai maturi.

E al suo arrivo, il mondo al’improvviso si placa e nei borghi il silenzio è spezzato dai maschi delle cicale che con il loro frinire frenetico innalzano canti di corteggiamento.
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18 ago 2014

Sul paesaggio agrario della Basilicata tra XIX e XXI secolo

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Vulture e vigneto Aglianico 
“Il Vulture è suggestivo, incanta. Gli oliveti e i vigneti sembra che non abbiano altra funzione che quella di rivestire le pendici del monte [...]. Incanta anche la terra nera delle pendici [...] ricca, generosa che si vorrebbe prendere a piene mani…”. Così scriveva nel 1978 l’autorevole agronomo rotondellese Vincenzo Valicenti, in uno dei suoi tanti studi dedicati alla nostra terra e al paesaggio agrario lucano. 
E ancora, una “terra generosa” diceva della Basilicata Guido Spera, stimato divulgatore agricolo ed eminente artista che illustrò il mondo agro-pastorale lucano della prima metà del secolo scorso. Ma
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16 ago 2014

Gli orti Saraceni di Tricarico e i quartieri arabi in Basilicata

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Gli orti saraceni , costituiti da superfici terrazzate a ridosso delle mura dell’abitato, erano dei veri e propri orti nei quali si coltivavano in modo intensivo piante officinali di uso domestico, quotidiano e stagionale. 



Infatti prima che guerrieri, gli Arabi nelle zone di origine erano allevatori ed ingegnosi agricoltori degli aridissimi pascoli e delle oasi della penisola arabica.
Come agricoltori elaborarono ingegnose tecniche agronomiche che, attraverso il controllo dell’irrigazione e
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7 ago 2014

BENE COMUNE, TANTI NE PARLANO, POCHI LO CONOSCONO

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BENE COMUNE, TANTI NE PARLANO, POCHI LO CONOSCONO. A CONFRONTO CON PAOLO CACCIARI

A cura di di Giuseppe Melillo –  
Laboratorio di Ricerca Intervento 
FQTS Basilicata



Ascoltare Paolo Cacciari, uno dei massimi esperti italiani sul tema, diventa un confronto con la propria quotidianità in cui convivono  aspetti e comportamenti che si intersecano inconsapevolmente in quel repertorio di pratiche che sono i “Beni Comuni” (commons).


Tutto è Beni Comuni, almeno a sentire le affermazioni e a leggere articoli apparsi negli ultimi tempi.
Ma il bene comune dove inizia e
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5 ago 2014

Il viaggio e i viaggiatori secondo Pessoa passando per San Felice

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La vita è un viaggio sperimentale...
I viaggi sono i viaggiatori.
Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
 È in noi che i paesaggi hanno paesaggio.
Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo.
Fernando Pessoa
da: Il libro dell'inquietudine

A San Felice si decise che la successiva notte di luna piena avrebbero organizzato una festa. Chiamarono l'uomo delle luminarie che viveva nel paese di Grassano, tre colline dopo San Felice e fecero montare un arco e centinaia di lampadine. Quando l'uomo delle luminarie accese tutte le luci,
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20 giu 2014

le pratiche idiote nello sviluppo di un territorio

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Ci sono esempi talmente negativi che andrebbero raccontati più delle buone pratiche. 
Le potremmo definire worst practise, azioni da non seguire assolutamente, al contrario delle best practise
Dal mio punto di vista sarebbe meglio definirle "idiot practise".
Tra i vari esempi o pratiche idiote, spacciati da "pusher istituzionali" per azioni di sviluppo turistico ( definizione di libera interpretazione),c'è quello che sta interessando San Fele, un piccolo borgo del Vulture, in Basilicata. 
San Fele è un silenzioso borgo immerso in un paesaggio che crea emozioni. 
Boschi antichi, cascate e acque fresche, spazio con una forte spiritualità. Storie che vengono da lontano, ma anche luogo di battaglie e rivendicazioni che hanno segnato la storia e la vita di tante generazioni. 
Un bel borgo. insomma, adagiato sugli Appennini, tipico esempio di bellezza intima fatta di paesaggi e narrazioni. 


Alcuni giorni fa leggo un articolo in cui si lamenta che sono a rischio Fondi UE per la costruzione di una pista di Motocross e affini.

Si dovrebbero realizzare «Cross country world» per la pratica di autocross, rallycross, quadcross, motocross, supercross e ciclocross... 




 L'azione sarebbe parte di una iniziativa dei PIOT (Pacchetti Integrati di Offerta Turistica), (Pacchetti Integrati di Offerta Turistica)e ironia della sorte il PIOT si chiama Natura e Cultura. 
Ora mi piacerebbe capire qual'è il rapporto tra una pista da motocross e la Natura e Cultura. Qual'è l'idea di sviluppo turistico che si ha se si investe in un progetto del genere?

La stessa descrizione del PIOT Natura Cultura definisce che;
 ... In particolare il PIOT punta alla strutturazione di un prodotto turistico basato sulla tipicità, sull’innovativià, sulla sostenibilità ed eco-compatibilità ....
con l'aggiunta di associazioni di automobilisti e motociclisti. 

 Nella stesura del progetto si definiscono i punti di forza, di debolezza le minacce e opportunità e risulta chiaro che il cross è altamente compatibile...
La strategia del PIOT " Basilicata Natura Cultura" si basa su tipicità e identità...

... e tra i punti di forza c'è l'enorme patrimonio paesaggistico...

...naturalmente tra i punti di debolezza c'è la scarsa valorizzazione del patrimonio ambientale...



...e come opportunità quella di destagionalizzare l'offerta turistica rurale, naturalistica, enogastronomica...




Far passare il motocross per una pratica di mototurismo e di sviluppo ... turistico ci vuole coraggio, incongruenza e tanta tanta  fantasia.

Ma si sa, gli italiani sono un popolo a cui la fantasia non fa difetto.
Amen! Share

30 apr 2014

La porta socchiusa

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Leggo su Facebook un post di Anna dal titolo "La porta socchiusa".
E' un post intenso, una storia vera raccontata da Anna e suo padre Antonio, maestro elementare ormai in pensione, memoria storica di una comunità e sopratutto una grande persona.
E ringrazio Anna e suo padre Antonio per aver salvato questa storia dalle sabbie del tempo e della dimenticanza.
Pensando a loro mi viene in mente proverbio arabo che dice: "beato colui che riesce a dare ai propri figli ali e radici."

Ecco il post che Anna mi ha gentilmente permesso di pubblicare:

Durante l’inverno del ‘44 una vecchietta di circa settant’anni vendeva ai passanti di Piazza Garibaldi castagne arrostite. 
Magra e smunta aveva predisposto a fornello d’occasione una vecchia latta sulla quale poggiava una padella appositamente forellata per le sue poche caldarroste, certo un’ originale attività per un paese del Sud.
La particolare foggia della padella con i suoi tanti fori diventeranno nel tempo, come spesso avviene nei piccoli borghi, oggetto di un detto che proferito a mò di minaccia in
occasione di liti accese e violente suonerà così:“ Tagghia fà u piett com a’ varola d’a Giacumb”.
“Zia” Grazia Venezia – così si chiamava la donna – raccoglieva di giorno piccoli pezzi di legno e arbusti rinsecchiti non molto più in là della sua abitazione e con questi alimentava un fuocherello flebile e stanco. 
 Era questa l’unica sua fonte di sostentamento di cui viveva in assenza del figlio Carmine partito per la guerra sul fronte russo. 
Riusciva così a sopravvivere a stento nella fiducia che il figlio potesse rientrare a casa sano e salvo.
Quel semplice e doloroso barlume di speranza non avrebbe avuto – tuttavia – un riscontro positivo. Alla povera donna, proprio all’indomani della fine della
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27 apr 2014

Il Mietitore Lucano

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Il Mietitore lucano
Ogni tanto spunta in giro quest'immagine. "Ma chi è?"-mi chiedevo ogni volta. 
Cerco e trovo che il dipinto è intitolat0 "IL MIETITORE LUCANO" e l'autore è un artista meridionale ( di Ruvo del Monte in provincia di Potenza) .Scopro che il suo nome è anche legato a Michelangelo Buonarroti.

Vado sul Dizionario dei Lucani e leggo la sua scheda che trascrivo di seguito.

TOZZI,  Piero                         Ruvodel Monte (PZ), 1883  -  Firenze, 1961
 Profilo biografico: Antiquario, Pittore.
Non si hanno notizie della sua infanzia. Lo troviamo  già a Napoli nel 1899 iscritto all’ Accademia di Belle Arti per apprendere le tecniche di pittura. Tra i suoi maestri vi è Domenico Morelli (1826-1901), uno dei più importanti artisti napoletani dell’Ottocento, Michele Ammarano (1835-1920), il cui stile era molto vicino al ‘realismo sociale’ praticato da un settore
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26 apr 2014

Omaggio al Super Santos

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Foto di Repubblica
Chi della mia generazione non ha mai dato un calcio al Super Santos?

Io me lo ricordo che costava 500 lire e si vendeva al negozio di alimentari.

Mi ricordo del vento che gli faceva fare traiettorie impossibili, copiate anni dopo dai vari Holly e Benji.

Ricordo le vetrine rotte e i salti nei fossi a recuperarlo.

Ricordo le macchine che si fermavano per strada perchè si sapeva che se sbucava un pallone prima o poi sarebbe passato un bambino a inseguirlo.





Ricordo che per una forza misteriosa  si incastrava sempre sotto l'unica macchina parcheggiata e che sembravamo marines per come eravamo bravi a scivolare sotto l'auto e per come ne uscivamo macchiati di di olio e polvere.

Foto di Repubblica
Ricordo gli anziani che esasperati uscivano di casa con una forbice; sembravano Edward mani forbice che sognavano una palla piuttosto che una siepe.

Mi ricordo delle pietre a segnare i limiti di una porta e il campo che iniziava e finiva a piacere.
E che si tirava il tocco per decidere chi doveva stare in porta che poi il portiere non stava mai in porta perchè era un portiere volante.

E che le partite duravano una vita e terminavano con" chi segna vince" anche se eri sotto 20 a 1.


Mi ricordo che si faceva la colletta per comprarlo.
Ricordo gli "ohhh" e i  "E mò?" quando finiva su un balcone nemico, e si ricominciava la colletta.

Poi arrivarono i cugini dalla Germania e portarono il pallone in cuoio.







VEDI GALLERIA FOTOGRAFICA DI REPUBBLICA Share

8 apr 2014

Il lupo e il bosco sacro

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Lupo tra i boschi del Pollino
Il lupo e il bosco sacro #pollino #basilicata foto di Parco Nazionale del Pollino 

Nella mitologia più antica, il lupo possiede due polarità distinte: una solare e maschile, legata ai culti di Zeus e di Apollo e Marte, e una lunare, femminile, legata al culto di Artemide e di altre divinità. 

Come incarnazione di Marte, rappresentava il lato distruttore, mentre gli era attribuito un ruolo solare quando era simbolo di Apollo. 
Apollo è anche la divinità a cui era consacrato il Pollino e sua dimora, da cui il nome.
Il bosco sacro che circondava il suo tempio era chiamato lukaion o regno del lupo; Aristotele vi teneva le sue lezioni: forse l’origine della parola “liceo”.



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4 apr 2014

Le donne di piombo

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costume_e_costumi_large

"Donne di Piombo: le antenate delle brigatiste degli anni Settanta. Si chiamavano Michelina, Filomena, Maria, Marianna… donne passate alla storia come le “Brigantesse”. Donne giovani e spietate, con vaghi ideali politici, che dopo il 1860, in un’Italia appena unita, imbracciarono il fucile e si misero a capo di bande di briganti con cui contesero il controllo delle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie all’esercito italiano. La loro storia, quasi sempre dall’epilogo drammatico, può essere raccontata grazie alla ricostruzione delle vicende che videro protagoniste alcune famose donne brigante..." 
Perchè brigatiste e non partigiane? Semplice, perchè in entrambi i periodi si combattè una guerra civile che nessuno mai definì tale anche se loro era nei fatti!














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30 mar 2014

Mi chiamo Rigoberta

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...in seguito al settimo mese, è il momento che si deve porre in relazione con tutta la natura, come vuole la nostra cultura. 
Uscirà per i campi, se ne andrà a camminare per i monti. E così il bambino comincia ad affezionarsi alla natura. 
La madre è come obbligata a queste uscite, deve insegnare al bambino la stessa vita che vive lei. ...poi esce a camminare, in comunione, con gli animali e con tutta la natura, ben consapevole che il bambino sta assorbendo tutto questo, e inizia un dialogo costante con il figlio, mentre è ancora nel suo ventre. 
Gli dice che dovrà avere una vita difficile. È come se stesse accompagnando un turista, a cui spiega ogni cosa. 
Gli dice per esempio: - Di questa natura che ci circonda non dovrai mai abusare e dovrai vivere la tua vita allo stesso modo che vivo io. -  
È un obbligo per lei, qualcosa che la madre deve fare...

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